Scritti con altri

Dialogo con Gabriella Caramore 

“Viviamo in una grande Babele dove anche il linguaggio religioso dovrebbe cambiare”

Disegno di Gianluca Costantini

Domani,  9 dicembre, 2021
di Gianni Cuperlo

Dal 1993 al 2018, ha pensato e condotto una trasmissione di Rai Radio 3: Uomini e Profeti. Basta questo a giustificare una conversazione sul “mondo dopo”. Sulla pagina web di Gabriella Caramore, autrice e studiosa, alla voce “radio” si possono ascoltare dialoghi e lezioni che spaziano dal “dipingere Dio” al pensiero religioso di Tolstoj.

Dai concetti di “colpa pena rieducazione” alla “Parola Dio” (suo ultimo saggio uscito da Einaudi nel 2019), e ancora le radici cristiane dell’Europa o un approccio all’Islam. Con lei, donne e uomini laici e di fede che in un tempo confuso animano, quasi instancabili, la ricerca sulla trascendenza e l’umano. 

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Luigi Reitani

Un mio scritto di tanti anni fa, per ricordare con gratitudine e commozione un momento dei miei incontri con Luigi Reitani, morto il 31 ottobre 2021.

Premio Montano 2014, edizione XXVIII
A Luigi Reitani*
Gabriella Caramore
Congetture sulla letteratura ed il mondo

È lungo il viaggio di Luigi Reitani attraverso la letteratura tedesca e quella austriaca. In questi saggi se ne ritrova la parabola, dalle espressioni più alte della “tradizione” alle punte più acuminate della “modernità”: da Goethe a Hölderlin, da Kleist a Sebald, da Celan a Bernhard, e ad altri ancora che non sono oggetto dell’attenzione di questa raccolta, ma costi­tuiscono una nutrita galleria di figure: da Bachmann a Lavant, da Kafka a Rilke, e via via, di nome in nome. Può dunque risultare problematico identificare l’idea o il punto di prospettiva che fa da guida al lavoro di Reitani, che è interprete, storico, critico, e anche, quasi sempre, tradutto­re (basti ricordare l’impresa davvero “eroica” della cura dell’opera poe­tica di Hölderlin).

Ma è sufficiente seguirlo nello scavo tenace, paziente, rapsodico e siste­matico insieme, dentro le parole, i silenzi, i chiaroscuri dei “suoi” autori per capire che vi sono vari registri, vari movimenti che lo orientano nell’e­splorazione dei testi, nell’auscultazione dei linguaggi.

Il senso dell’esperire

Il primo è quello che gli viene, credo, dall’emozione, oserei dire dalla passione, di trovarsi di fronte, dietro lo schermo delle parole, a singole esistenze umane: nella loro unicità, nel loro irripetibile tentativo di trova­re voci a se stesse, per dire – magari nascostamente, magari cripticamen­te, in maniera diretta oppure artificiosamente ricostruita – il senso del proprio vissuto, la conoscenza derivata dal proprio esperire, o lo smar­rimento di fronte all’enigmatica realtà del mondo. “È possibile dare un senso alla propria esistenza, sottraendola alla casualità delle circostanze e al puro determinismo della biologia? Quale valore ha la storia dell’Io – ammesso che di un Io, di un soggetto autonomo si possa oggi ancora parlare – nella storia universale della natura? E che rapporto esiste fra gli eventi, per sempre scolpiti nel tempo, e il loro immodificabile racconto?” Queste le domande che Luigi Reitani si pone introducendo gli scritti au­tobiografici di Thomas Bernhard. Ma questo anche l’interrogativo che, in diverse modalità, sgorga di fronte a ogni testo, a ogni figura – a ogni essere umano – che Reitani incontra nel suo lavoro critico. Vuole sapere chi c’è dietro quella singola parola, quel singolo verso. Che cosa lo ha portato a formulare proprio in quel modo, con quella scansione, con quella sonorità, con quella finzione o con quella verità la sua congettura su di sé e sul mondo.

Tra tenebre e luce

Ma poiché nulla – nella vita come nella scrittura – è lineare, univoco, rettilineo, ecco il secondo movimento. Che è quello di accompagnare le sinuosità del linguaggio, di afferrarne i dinamismi, di lasciare spazi bian­chi per ciò che non viene detto, di suggerire connessioni, congiunzioni, di sottolineare separazioni. Due versi di Paul Celan mi pare possano portare alla luce questo movimento, svelarne la dinamica:

Illeggibilità di questo
mondo, tutto doppio.

Sono versi che lo stesso Reitani ci segnala attraversando in “Siamo una sola carne con la notte”, la poesia di Celan e il suo spinoso edificio lingui­stico, i suoi azzardi temerari, insieme all’instancabile “ricerca del signifi­cato”. Reitani si pone con fare radicalmente interrogativo di fronte allo straziante enigma di Paul Celan. E si chiede: “C’era spazio, nel mondo, per questa testimonianza? Per un’esperienza così intensa? Di sé, della sto­ria, del mondo, del linguaggio? Poteva la lingua decifrare la complessità dei segni, non arrendersi di fronte al groviglio del tempo? Era possibile intuire la presenza della luce nelle tenebre, pronunciare almeno per una frazione di secondo la parola ‘salvezza’? Cosa era possibile ancora senti­re, percepire, nella luce coatta di un ospedale psichiatrico, in fuga e alla ricerca di significati? […] Si poteva resistere alla tentazione del silenzio, al gelo delle acque che accolgono da sempre i sommersi?”.

Ecco, collocarsi tra le tenebre e uno spiraglio di luce, tra la notte senza stelle e una piccola brace che sulla crosta del mondo ancora balugina e dif­fonde tepore – questo il lavoro dello sguardo critico: che non si accomoda nell’indifferenziato chiarore di un crepuscolo avvolgente, ma indaga nei contrasti delle esistenze, nei luoghi avvolti dalle tenebre – come emerge nel saggio “Abitare le tenebre” dedicato all’opera di Thomas Bernhard – ma, potremmo dire, al servizio della luce, assecondando e aiutando, per quanto possibile, la sua fatica. Qui si sviluppa il lavoro del critico. Ed è in questo solco che Reitani ripercorre, con efficacissima sintesi, il tema dell’abitare, della casa e dello spazio, mettendo in rilievo la centralità che questi assumono in ogni vita che si fa scrittura, e in particolare nella vita e nella scrittura di Thomas Bernhard: “Nessuno dei personaggi di Bern­hard può abitare le tenebre. Ognuno di loro vive nella scrittura. La loro vera casa è nel ricordo”. Ed è una casa, osserva Reitani, “ospitale”. Il ter­mine può sorprendere. Come si può essere ospitali nella distesa tenebrosa che avvolge il mondo? Accogliendo nella scrittura – questa è la risposta – i “soccombenti”. Ridando casa a chi è senza patria. Ridando senso a ciò che appariva insensato.

Ascoltare

E qui si fa strada il terzo movimento del lavoro critico di Luigi Reitani. Quello di un tesissimo, acuminato ascolto. Se da un lato non smette di guardare, dietro il vetro delle scritture, per distinguere e custodire figure di luce e di tenebra, dall’altro non smette di ascoltare, per cogliere, dietro la maschera delle parole, la trasparenza dei suoni, gli stridori del mon­do, l’“ininterrotto linguaggio che dal silenzio si crea” (Rilke). L’ascolto è l’attitudine dell’orante. Per pregare occorre fare silenzio. Occorre essere pronti a recepire silenzi e parole, per lasciarsi sorprendere dalla musica del divino, ma anche per accogliere i sussurri, le grida, le invocazioni, i bisbigli dell’umano. Anche il critico deve fare silenzio. Prima di pronun­ciarsi sulle scritture che sono il suo campo d’indagine deve fare vuoto, fare spazio, lasciar tacere i giudizi accumulati dentro di sé per recepire un nuovo sapere, una nuova modalità nel disegnare mappe conoscitive, nel soffiare nuovo vento sulla superficie della terra. Ecco che, allora, il critico, fortificato dall’ascolto, non si arrende alla “complessità dei segni”, ma si adopera per scioglierne il groviglio, fronteggiando la “illeggibilità del mondo”, dove appunto, “tutto è doppio”, ma non tutto è indecifrabile. Ecco che, allora, Reitani prova a rispondere alle domande che lui stesso estrae dai corpi, per lo più feriti, e solo talvolta risanati, dei “suoi” poeti e scrittori. La forma del saggio testimonia che si può resistere alla “ten­tazione del silenzio”, come del resto resiste alla tentazione del silenzio chi scrive, graffia a volte, la propria vita, su muri di carta. Così ha fatto peraltro lo stesso Celan, prima dell’ultima resa, conficcando il cuneo della parola nella parete di ghiaccio del silenzio. La sua poesia – Reitani in più di un passaggio ce lo ricorda – è un esercizio di resistenza, come “occhi nel crepaccio del morire”, occhi che non temono di guardare, occhi che tremano, forse, ma non desistono.

È in questa prassi di acuto silenzio che Luigi Reitani arriva a porsi in ascolto non tanto di Dio, quanto di ciò che gli esseri umani, nelle loro esistenze e nelle loro scritture, hanno saputo elaborare intorno all’ineffa­bile nome di Dio, intorno alla sua inafferrabile realtà. Porsi in ascolto di ciò che su Dio è stato elaborato è arduo, credo, quanto porsi in ascolto di Dio stesso, se lo si fa non con leggerezza e spirito futile, ma con senso di ricerca della verità. A partire da Hölderlin, che paragona il “lutto” per la morte di Cristo al lutto per il crepuscolo degli dei che inaugura l’età moderna. Ma qui Luigi Reitani affinando l’udito coglie anche le sottili ambiguità, e possibilità, della lingua. E là dove quello che solitamente viene interpretato come il “mancare di Dio”, nella poesia “Vocazione del poeta”, Luigi Reitani mette in primo piano la complessità che questo ter­mine comporta: Fehl è il “mancare”, ma anche l’“errore”, per cui il venir meno di Dio nel tempo della modernità potrebbe assumere non tanto una valenza liberatoria, quanto “implicando dolore e sofferenza” potreb­be apparire come un “errore nella geometria del mondo”, e dunque di Dio stesso, e potrebbe così essere d’aiuto alla creatura costringendola ad assumersi il compito di riflettere e di prendersi la responsabilità del suo essere.

Ma l’interrogazione su Dio – o su ciò che i poeti hanno pensato di Dio – si è spinta fino a incontrare elaborazioni poetiche di autori, come Paul Celan, Nelly Sachs, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Christine Lavant, che si sono cimentati in componimenti “in forma di salmo”. In essi hanno rinvenuto una modalità di colloquio con Dio che comprende anche la negazione di Dio, o la supplica, o l’invettiva, o la bestemmia. O un esile “grazie” per ciò che ancora esiste. Mi permetto di ricordare qui, con grande piacere, la serie di trasmissioni realizzate con Luigi Reitani nel gennaio del 2005, per il programma di Radio 3 Uomini e Profeti, che abbiamo voluto intitolare “Salmi tedeschi” (in cui “tedesco” era riferito alla lingua, non alla nazionalità). Pian piano, vita dopo vita, storia dopo storia, verso dopo verso è emersa non solo la profondità del dolore, l’e­nigma della vita, lo strazio causato dal male in anime scorticate e messe a nudo, ma anche il dramma della nazione tedesca, l’inesauribile malvagità del mondo e la debolezza della creatura; senza però che venisse mai meno una “tentazione delle stelle”, anche se, forse, non è possibile chiamare questa tentazione con il nome di Dio. Come dolorosamente constata in un “salmo” Christine Lavant:

Hai incrociato i miei semplici sentieri
e all’incrocio mi hai lasciato sola
in un paesaggio inumano.
Rabbrividendo la mia ombra cerca di convincermi
della forza del tuo santissimo nome,
che conduce alla meta ogni via,
e del fedele cammino delle stelle.
Ma tu consumerai la mia ombra,
spegnerai le stelle e il tuo nome
estirperai dal mio sangue e dalla mia memoria,
per confondermi tutta.
A chi hai donato il mio angelo,
il rifugio del mio cuore indignato
e la consolazione dei miei occhi?
Hai incrociato i miei semplici sentieri,
mai più mi farò il segno della croce,
così amaro questo segno mi addolora.

Tra i confini

Ma anche queste esplorazioni nei territori di una religiosità libera da schemi, da convinzioni, da appartenenze fa percepire il lavoro critico di Luigi Reitani come mosso da un’inquietudine, da un desiderio di trovarsi sempre accanto ai confini, e dall’aspirazione a non farsene imprigionare, non lasciare che i confini divengano muri invalicabili, ma frontiere mo­bili, generatrici di complessità, di arricchimenti, di raffronti. Per questo Reitani, che vive in zona di confine, si lascia attrarre da una cultura altra, che è quella di zona austriaca, ma che affonda radici profonde nel suolo germanico. E ci mostra i fiumi carsici che nutrono l’una e l’altra, le polveri di storia e di pensiero che, accumulate, fanno edifici di senso molteplici e eterogenei. Per questo, soprattutto, fa della traduzione un costante terre­no di verifica, di messa in questione, di “crisi” del linguaggio. Per questo in poche ma densissime pagine suggerisce che la traduzione, come l’ere­sia, possa essere non un tradire tout court, ma un restare fedeli nell’inter­pretazione continua e nella continua ricerca della verità. “Tradurre com­porta una deviazione di senso, un allontanamento, una deriva più o meno controllata, una fedeltà nel tradire come solo gli eretici possono avere, nella convinzione che la verità sia altra da quella vulgata e meriti di essere propugnata con forza, senza abiure.”

  • Nell’ambito del Premio Lorenzo Montano XXVIII, anno 2014, il Premio Speciale della Giuria “Opere Scelte – Regione Veneto” è stato attribuito dalla Giuria del Premio a Luigi Reitani per gli altissimi esiti raggiunti con il suo lavoro di saggista e traduttore, lavoro che pone le sue radici nella letteratura tedesca e in quella austriaca: da Goethe a Hölderlin, da Kleist a Sebald, da Celan a Bernhard. Il premio viene attribuito a Reitani per la sua rara capacità di coinvolgere nelle sue traduzioni noi lettori, chiedendoci di modulare la nostra lettura tra il testo originale e il testo tradotto, al fine di cogliere il dire che in entrambi i testi si leva, e di esporci così a una riflessione che si rinnovi e ricerchi in ogni soluzione un nuovo problema.

Con tali motivazioni, grazie alla decisiva partecipazione della Regione Veneto, viene riconosciuta a Luigi Reitani la pubblicazione di una raccolta di saggi selezionati tra quelli che più strettamente intrecciano la riflessione teorica con la traduzione.

L’opera ha per titolo Sul crepaccio. Riflessioni / traduzioni e viene edita nella collana “Itinera” di Anterem Edizioni. È introdotta da Gabriella Caramore.

Fanciulle suonatrici, Soffitto dello Steri di Palermo (particolare)

AA.VV., Discanto. Voci di donne sull’enciclica “Fratelli tutti”, a cura di Maria Cristina Bartolomei e Rosanna Virgili
Paoline 2019

NUOVI CIELI E NUOVA TERRA?

“…Ho tuttavia l’impressione che, se non si pone mano a quelle convinzioni che costituiscono un corpus intoccabile nell’apparato della Chiesa; se non si farà ricorso a un esercizio critico che ripercorra la storia della Chiesa fin dalle sue origini  rilevandone non soltanto le cadute, ma l’incongruo suo formarsi e costituirsi come autorità politica, o morale, o spirituale superiore alle altre; se non si tenterà un raccordo tra i risultati dell’esegesi  dei testi sacri e la prassi dei fedeli, tra uno studio critico della storia e le esigenze del presente, sarà difficile scalfire quei presupposti che rendono legittimo, agli occhi di molti, l’assoggettamento di alcune categorie di persone ad altri gruppi sociali, in spregio a ogni rivendicazione di libertà, uguaglianza, fraternità. Si potrà aumentare il numero di donne nella Chiesa e anche modificare la loro funzione; si potranno approvare le unioni civili dei non eterosessuali; si potrà stare dalla parte degli umiliati e degli offesi fino al martirio, ma non si intaccheranno le fonti dell’ingiustizia e del privilegio, dell’esclusione e della prevaricazione. A me sembra che le religioni, anche se sono portatrici di parole di pace e di umanità, dovrebbero fare un passo indietro rispetto alla loro rivendicazione identitaria, e proclamare i diritti di ogni vivente in quanto tale; e solo secondariamente rintracciare nella propria tradizione ciò che vi è di comune con ogni altra cultura sulla terra. Capisco che all’occhio di un credente questo possa apparire paradossale.  Ma mi sembra di poter affermare che ci sono poche altre strade per scalfire il pregiudizio e l’inimicizia.

Rispetto allo sguardo penetrante, partecipe, preoccupato ma non paralizzato che Bergoglio riserva ai nuovi assetti assunti in questi anni dalle dinamiche del nostro mondo, risuonano in qualche misura statiche, ferme nel tempo, impacciate da remote certezze le parole dedicate a rintracciare il «fondamento» della fraternità. Tutto l’ottavo capitolo, quello conclusivo, Le religioni al servizio della fraternità nel mondo, ha espressioni che recedono dalla complessa stratificazione del pensiero e dell’essere contemporaneo, per affondare in astratti «valori religiosi», allontanandosi dai quali la coscienza umana si è «anestetizzata» (§ 275). Dimenticando quanto quegli stessi valori religiosi, assunti astrattamente, abbiano potuto essere a loro volta causa di un ottundimento delle coscienze…”

Gabriella Caramore, Nuovi cieli e nuova terra?
pp. 50-51

Simone Weil

AA.VV. L’Europa di Simone Weil. Filosofia e nuove istituzioni, a cura di Rita Fulco e Tommaso Greco, Prefazione di Roberto Esposito, Introduzione di Giancarlo Gaeta.

Quodlibet Studio, 2019

“DARE REALTA’ AGLI ESSERI E ALLE COSE”. UN PROGETTO DI GIUSTIZIA

Particolare da “Chiamata di Matteo”,
Caravaggio

AA. VV., Giubilei. Spiritualità, storia, cultura, a cura di Luca Massidda,
Utet grandi opere 2016

IL CUORE DALLA PARTE DEI MISERI

La parola “misericordia” ha sapore antico. Difficile sentirla oggi usare nel linguaggio comune. Le rimane addosso un’enfasi religiosa allusiva a un intervento dall’alto in soccorso di chi si affatica e patisce sulla crosta della terra, che la rende estranea alla lingua di questo tempo. “Ormai solo un dio ci può salvare”, è stato detto.
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Copertina di “Atlante di zoologia profetica”

AA.VV., ATLANTE DI ZOOLOGIA PROFETICA.  ATELIER DELL’ERRORE,
a cura di Marco Belpoliti
Corraini Edizioni 2016

LA RABBIA E LA GIUSTIZIA

Quando ho visto per la prima volta i disegni dei “piccoli maestri” dell’Atelier dell’errore, sono rimasta sopraffatta dalla potenza dei colori, dall’ardire degli accostamenti, dalle forme graffiate, arrabbiate dei disegni, qua e là alternate con una certa pesantezza nei volumi, una malinconia nello sguardo di questi animali fantastici: qua e là una espressione attonita, come di stupore o sorpresa. ….
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5 VARIAZIONI SUL CREDERE

Caramore – Houshmand – Carucci Viterbi – Masi – Viroli
a cura di Marco Bouchard
EGA (Edizioni Gruppo Abele) – 2014 

Perché credere oggi?
Questa è la domanda che è stata rivolta agli autori: non solo a coloro che rappresentano le diverse fedi monoteiste, ma anche a chi osserva, dall’esterno, i movimenti del credere e a chi professa una fede puramente civile.

Marco Bouchard, magistrato, figlio di un pastore protestante, ha presieduto nel 2010 il Sinodo delle chiese valdesi e metodiste. Per le Edizioni Gruppo Abele ha pubblicato Credere e appartenere. Monaci, eretici, mercenari.
Gabriella Caramore, scrittrice, autrice e conduttrice radiofonica, cura dal 1993 per Radio Rai 3 il programma Uomini e profeti,dedicato ai temi dell’attualità religiosa e all’approfondimento dei testi e delle figure delle grandi tradizioni religiose.
Shahrzad Houshmand, nata a Teheran nel 1964, teologa, è docente di Studi islamici presso la Pontificia Università Gregoriana e componente del direttivo del Cipax (Centro interconfessionale per la pace).
Benedetto Carucci Viterbi, rabbino, studioso di ermeneutica dei testi sacri, insegna Esegesi biblica e Letteratura rabbinica presso il Collegio rabbinico italiano ed è autore di numerosi saggi in volumi collettanei e monografici.
Fabio Masi, prete cattolico, dal 1982 è parroco della parrocchia di Santo Stefano a Paterno in Bagno a Ripoli nei pressi di Firenze.
Maurizio Viroli, studioso di filosofia della politica e di storia del pensiero politico, è professore emerito di Teoria politica all’Università di Princeton e all’Università della Svizzera italiana a Lugano. Tra i suoi molti libri: Come se Dio ci fosse. Religione e libertà nella storia d’Italia, Einaudi, 2009.

Josif  Brodskij

JOSIF BRODSKIJ, LA MIA VITA È UN’ASTRONAVE
di Gabriella Caramore

Intervista radiofonica del 17 gennaio 1993 all’interno dela trasmissione di Radio 3 Paesaggio con figure.
Ora in Josif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, Adelphi 2015

“C’era, nel modo di discorrere, di rispondere di Brodskij – ma nel ricordo acquista rilievo anche la cornice di quell’incontro: lo spazio dell’Accademia Americana a Roma, a Villa Aurelia, sul Gianicolo, in cui il freddo eccezionale che avvolgeva la città pareva quasi smentito da accenni di primavera precoce – una particolare accelerazione del tempo logico. Una rapidità nello scartare dalla domanda, offrendo in cambio il conio di un’immagine,di una figura, o un passaggio, che solo in seconda battuta si svolgeva in pensiero. Pareva che un po’ giocasse allo stesso gioco di imprevedibilità che – ci diceva – strutturava similmente un sonetto di Auden o un quartetto di Haydn, in cui il primo verso, o la prima frase, lasciano intatta la sorpresa di quello successivo … ”     p.245

 

GUSTAVO ZAGREBELSKY, GIUDA
a cura di Gabriella Caramore

Einaudi, collana ET,  pp. VIII -107
€12,00   ISBN 9788806206666

Giuda Iscariota: colpevole di aver tradito o semplice strumento dell’adempimento delle scritture?

«Le cose umane sono ambigue, aperte al bene e al male, – dice Gustavo Zagrebelsky. – La storia di Giuda è un inestricabile intreccio di questa duplicità». Scrutando le «ragioni di Giuda» è possibile esplorare uno dei territori più inquieti del pensiero cristiano, non solo perché vi è in gioco la libertà della creatura rispetto ai disegni del creatore. Ma anche perché in Giuda si condensano, come una sterminata letteratura ci conferma, tutte le ombre del cuore umano: il suo sogno di bene e la sua capacità di male, il baratro della disperazione e il sogno della redenzione, la deformità del tradimento – l’affronto più grande alla creatura che si offre inerme – e la domanda più radicale su Dio, se cioè la sua misericordia sia tale da poter accogliere e perdonare anche il colpevole più ripugnante.
«Giuda andò incontro alla misericordia di Dio nonostante la disperazione del suo gesto? Condannato nei secoli, non è in fondo molto vicino a tutti noi? Il tradimento è solo suo? Di quale peso collettivo abbiamo caricato nei secoli la sua figura? Giuda è una figura dell’ambiguità: più ci si riflette, più si scopre che questa icona del male ch’egli dovrebbe rappresentare nella sua purezza, l’eccellente nel peccato, l’imperdonabile, non smette invece, nella sua ambiguità, di interrogarci sempre di nuovo con domande alle quali, probabilmente, non è possibile dare risposte definitive. Anzi, forse il senso di tutto ciò che lo riguarda è proprio questo: ci sono interrogativi ineludibili, cui tuttavia non possiamo rispondere».