RADIO SVIZZERA ITALIANA

“FILOSOFIA e RELIGIONE”
– a cura di Paolo Rodari –
6) L’inganno degli occhi
Se è vero che nella cecità che colpisce molti uomini e donne – e quasi tutti in età molto anziana – può nascondersi la possibilità di vedere oltre le apparenze, di conoscere l’invisibile che sostanzia le nostre vite, è vero anche che la vista, il vederci bene, con nitore, non è assolutamente garanzia di corretta visione del mondo, di conoscenza dei meccanismi delle cose, di capacità di penetrazione in direzione della verità. La vista è, come tutti gli altri sensi, soggetta ad errore, a travisamenti, a inganni. …
L’ombra e la luce, viaggio nella cecità del vedere
L’inganno degli occhi
Se è vero che nella cecità che colpisce molti uomini e donne – e quasi tutti in età molto anziana – può nascondersi la possibilità di vedere oltre le apparenze, di conoscere l’invisibile che sostanzia le nostre vite, è vero anche che la vista, il vederci bene, con nitore, non è assolutamente garanzia di corretta visione del mondo, di conoscenza dei meccanismi delle cose, di capacità di penetrazione in direzione della verità. La vista è, come tutti gli altri sensi, soggetta ad errore, a travisamenti, a inganni. Basta pensare a come fosse indubitabile, fino alle soglie dell’età moderna, dar credito alla visione del sole che si leva al mattino e si corica la sera, e come a nessuno – tranne le grandi eccezioni che conosciamo, e forse ad alcuni visionari sconosciuti – fosse venuto in mente che forse la realtà poteva discostarsi radicalmente dall’apparenza. Giordano Bruno ne era furiosamente convinto sulla base quasi soltanto dei suoi pensieri; Galileo Galilei anche poggiandosi sulle verifiche che gli fornivano i suoi ancora rudimentali strumenti.
Del resto, anche nella nostra vita quotidiana gli abbagli sono all’ordine del giorno. E non solo per le effettive illusioni ottiche che confondono le nostre lenti naturali: leggere una parola per un’altra, non salutare qualcuno che conosciamo bene scambiandolo per uno sconosciuto, calcolare male una distanza, e così via. Ma ciò che riguarda il vedere non ha a che fare soltanto con l’esercizio degli occhi. Ha a che fare anche con una complicata rete di fili interiori che ingarbugliano le forme del nostro conoscere, arrivando a correggere anche le dimensioni fisiche che regolano i nostri sensi. Perché qualcuno trova meraviglioso un volto, un paesaggio, un dipinto, e qualcun altro può trovarlo mediocre, o restarvi indifferente? Perché qualcuno mette a fuoco un particolare, che a un altro rimane invisibile? Perché se si chiede a un gruppo di persone di descrivere un individuo il più delle volte si avranno ritratti parzialmente o anche completamente diversi? Questo ha a che fare, ovviamente, con la complessità della persona umana. Le leggi fisiche non potrebbero mai essere identiche per ciascun individuo. Ma certo si rimane sconcertati nel constatare quanto la cecità o la visione possano incidere sul piano soggettivo.
Si pensi agli abbagli che quasi ciascuno di noi ha sperimentato in ambito amoroso. Quando si è molto giovani – ma non soltanto – accade sovente di essere soggiogati da un incontro. L’altro – l’altra – diventa allora l’unico, il solo, l’oggetto di un travolgente desiderio. La sensibilità erotica che si orienta in maniera spasmodica verso quel soggetto esclusivo non di rado si trasforma anche in passione di affetti, di intelletto, di consuetudini. Non è raro che subentri anche una cecità selettiva, che censura aspetti meno seducenti, oscurando segnali di pericolo che potrebbero risultare evidenti se solo si allargasse il campo visivo, si mettessero a fuoco i dettagli con più attenzione. Quante ragazze, ma anche quanti uomini, hanno trascurato segnali, sintomi, avvisaglie, e si sono infilati in un vicolo cieco di incomprensioni, delusioni, rancori, in alcuni casi con esiti davvero drammatici? Una atrofia ottica. Un difetto di vista. E dunque un difetto di comprensione. Non accorgersi in tempo dei singoli indizi che avrebbero potuto svelare il dramma che si preparava. Non voler prendere in considerazione i piccoli “disvelamenti” che avrebbero portato più vicino alla verità.
Allo stesso modo, anche se con diverse manifestazioni, vi è una cecità che, soprattutto in alcuni periodi della storia umana, sembra annebbiare le coscienze, pervertire gli umori, nascondere verità palesi. Questo è sempre accaduto, nel corso della vicenda umana. Ma, se vogliamo guardare alla situazione contemporanea, le guerre devastanti che si accendono come fuochi contagiosi in molti stati del pianeta, radendo al suolo città e villaggi e campagne, mietendo vittime, seminando dolore, diffondendo corruzione, abbattendo valori, non suscitano ovunque la riprovazione che dovrebbero. Le folle sembrano subire la menzogna, esserne affascinate. Amano illudersi. Seguono chimere. Si lasciano sedurre. Certo, continuano ad esistere coscienze critiche, o semplicemente nuclei di comunità che badano al loro vivere bene, che eseguono con consapevolezza il loro compito. Ma è l’insieme della comunità umana che ne risulta inquinato. O quanto meno turbato. Ne risente un clima di fiducia. Di speranza. Di attesa di cose nuove.
Giacomo Leopardi scrive “La Ginestra”, l’ultima delle sue poesie, nel 1837, l’anno della sua morte, a Napoli. Una sorta di addio al mondo, ma anche di testamento del suo pensiero: il rapporto, talvolta perverso, sempre complicato, tra natura e storia, tra disposizione al male e desiderio di bene. L’incipit è un versetto dell’Evangelo di Giovanni: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce” (Giov. 3,19). Una sorta di iscrizione che Leopardi vuole apporre sulle rovine della natura e sulle derive della storia, per rendere però evidente – forse addirittura al di là delle intenzioni – che non è una legge ineluttabile quella che inclina l’umanità verso il male, ma una precisa volontà di volta in volta manifestata. Al male si potrebbe resistere, se si volesse, come resiste la piccola ginestra, “più saggia” e “tanto meno inferma dell’uom…”. Basterebbe accogliere la luce, ripulire gli occhi dall’ingombro della cecità, guardare con dubbio e con sospetto, ma con acume, al trionfo delle sorti “magnifiche” e “progressive”; aver cura della creatura piccola che accoglie e riverbera la luce che ceneri e pietre vorrebbero offuscare.
Perché gli umani scelgano talvolta le tenebre, preferiscano affondare nella cecità, lasciarsi attrarre dal male invece che dal bene, nessuno lo ha spiegato davvero. Forse semplicemente per il fatto che l’umano è impastato di tenebre e luce, di argilla e di respiro, e che il bene è un piccolo fuoco che si fa strada a fatica nelle trappole della oscura palude. E richiede semplicità, fatica, avvedutezza, cura. Richiede uno sguardo limpido che trovi il suo profilo nella crescita di una responsabilità verso ciò che ci è stato affidato.
Gabriella Caramore
Per accedere all’articolo nel sito RSI, cliccare qui: https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/L%E2%80%99inganno-degli-occhi-quando-vedere-non-%C3%A8-credere–3340346.html

5) L’ombra e la luce. Cecità e visione
L’ombra: il luogo in cui si generano alcune delle immagini fondamentali del nostro vedere. Ad essa l’architetto Agostino De Rosa, storico della rappresentazione e delle immagini, ma studioso anche di filosofia e di scienze ottiche, aveva dedicato già un’opera, Geometrie dell’ombra. Storia e simbolismo della teoria delle ombre (UTET 1997) quando era un giovanissimo docente versatile e prolifico, in grado di muoversi con sicurezza tra scienze geometriche, storia dell’arte e dei simboli, letteratura.
L’ombra e la luce, viaggio nella cecità del vedere
Il maestro cinese Zhuang-zi (vissuto tra il IV e il V secolo della nostra era, diffondeva il suo insegnamento attraverso brevi storie. Una di queste racconta di un uomo che temeva la propria ombra e detestava le sue orme. Come era possibile liberarsene? Fuggendo, pensò. Si mise allora a correre, ma più fuggiva e più la sua ombra lo inseguiva. Cominciò a correre a perdifiato, attraverso pianure, valicando montagne, sempre più veloce, finché il suo cuore cedette. “Quell’uomo non aveva capito che restando immobile, seduto all’ombra di un albero, solo così si sarebbe liberato della sua ombra”. O forse ne avrebbe fatto l’inseparabile compagna di un diverso vedere.
Anche per Agostino De Rosa l’ombra è inseparabile compagna del nostro vedere. “Le immagini più radicate nel nostro inconscio ottico – scrive – nascono dall’ombra”. Basta pensare a come lo sguardo, fin dalla nascita, si affini pian piano arrivando a distinguere lentamente le forme dai primi chiaroscuri. E tuttavia – precisa De Rosa – noi utilizziamo “la cecità come potente metafora della verità”.
Certo. La cecità implica un percorso drammatico. Chi ne rimane vittima subisce una grave menomazione. Una parte di esperienza gli è preclusa. Però accade anche che la cecità metta in questione la stessa attingibilità della verità. Davvero quello che vediamo, o crediamo di vedere, ci dà accesso alla verità? O è possibile, a volte, che chi fisicamente non vede abbia più “spazio interiore” per avvicinarsi alla verità?
In uno dei suoi ultimi libri, Cecità del vedere (Aracne, 2021), Agostino De Rosa, fa partire il lungo viaggio da un “antico antro”, la caverna descritta da Platone nella Repubblica: luogo di una interminabile contesa interpretativa, dove si fronteggiano ombra e verità, e la stessa possibilità di pensare è messa a repentaglio. Il vedere degli uomini prigionieri all’interno della caverna è insidiato dall’inganno e l’ombra pare fagocitare il linguaggio. Quello che accade nella caverna “può nascondere una mappa della nostra vita, visibile solo quando abbiamo rinunciato a vederla, facendoci ciechi”. La cecità appare dunque come il grembo stesso della “visione”.
Così è anche nella figura stessa di Omero, e così, sempre nella mitologia greca, si gioca un drammatico scambio continuo all’interno della dimensione del vedere tra tenebra e conoscenza, tra offuscamento e sapienza. Questa, ad esempio, la tragedia di Edipo, che non sa riconoscere la realtà – non la sa “vedere” – finché non gliela svela il cieco Tiresia.
Nell’antichità biblica la cecità non è vista soltanto come il campo di una lotta tra oscurità e conoscenza, quanto come la tenebra che offusca la mente dei sapienti e dei potenti, incapaci di accogliere la verità della parola di Dio; o, viceversa, la semplicità di fede di alcuni che, per sventura, non vedono, ma che ricevono a sanno ospitare il che per questo ricevono il dono della vista in una guarigione fisica che è nello stesso tempo guarigione spirituale. Questo il senso delle guarigioni del “cieco nato”, del “cieco di Gerico”, dei “due ciechi di Cafarnao” da parte di Gesù. Che non a casa indica l’inaugurazione di tempi nuovi nei ciechi che recuperano la vista, negli zoppi che camminano, nei lebbrosi purificati, nei morti resuscitati (Matteo 15,5).
Più vicino a noi, alle nostre esperienze di malattia e alla fatica di convivere con la menomazione in un’epoca di immagini sovrabbondanti e di prestazioni esigenti, è il percorso raccontato con sincerità disarmante e per questo affascinante da Luigi Manconi, colpito da una cecità quasi totale in età adulta, e dunque vissuta in un continuo confronto con il ricordo dei colori del mondo. La scomparsa dei colori è infatti il titolo del libro (Garzanti 2024) in cui racconta il suo percorso nell’oscurità. Nessuna lamentela, nessun patetismo nelle pagine di Manconi. Piuttosto, una descrizione asciutta, ma ricchissima di sottigliezze e di annotazioni personali, su che cosa significa giorno dopo giorno, minuto dopo minuto avere a che fare con la sparizione del vedere. Sì, è vero che gli altri sensi si affinano, che il cieco o l’ipovedente riesce a “vedere” – o meglio a “capire” – anche con l’udito, il tatto, l’odorato. Ma che fatica reinventarsi i gesti quotidiani, misurare le relazioni con gli altri, accettare il loro aiuto o rifiutarlo senza offendere quando si fa superfluo e invadente. Luigi Manconi è uomo dedito da sempre, con convinzione e acribia, alla difesa dei diritti dei più deboli, alle vittime dell’ingiustizia, all’infelicità dei vinti. È forse questa sua devozione profonda all’attenzione verso l’altro che non fa indulgere in vittimismo o in autocompiacimento. Il “compito” che si è dato sta sempre al primo posto. Piuttosto, l’allenamento a comprendere la condizione degli altri, al vedere come si possa porre riparo al loro svantaggio, lo aiuta a far comprendere anche in che cosa possa consistere la cecità. “La cecità è un buon allenamento alla vita”, dice. E questo gli permette anche di non rinunciare a qualche ironia, o a commossi sentimenti di nostalgia, o alla scoperta di cose nuove (come il piacere della lettura orale di un libro). Ma anche a guardare in faccia l’assoluta vulnerabilità nel sentirsi vicino al “buio profondo”. o all’abbandonarsi al totale sconforto di sentirsi vicino all’esperienza del “buio profondo”. Ma lo porta anche ad accettare il fatto che la vita è rischio, e che a quel rischio non ci si può sottrarre.
Mi è venuta in mente, leggendo questa avventura nel buio, un’immagine che Simone Weil usa molte volte per indicare il suo tentare di procedere in mezzo alle oscurità della conoscenza: quella del “bastone da cieco”. “In ogni situazione è possibile, attraverso il ritmo quotidiano, avvertire il sole e le stelle, come attraverso un bastone da cieco”. È un po’ questa la vita di tutti?
Gabriella Caramore
Per accedere all’articolo nel sito RSI, cliccare qui: https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/L%E2%80%99ombra-e-la-luce-viaggio-nella-cecit%C3%A0-del-vedere–3255296.html

4) Dalla frustrazione al fanatismo: come le masse costruiscono i loro tiranni
La fragilità del pensiero libero di fronte alla promessa dell’identità
Chi fa la storia? Certamente i potenti, quelli che poi troviamo nei libri scolastici, e che tanto facilmente si trasformano in prepotenti. Nella fase di veloce e inquietante transizione che stiamo vivendo vediamo passare sullo schermo del presente una teoria di protagonisti che spudoratamente mostrano la loro imbarazzante pochezza insieme alla loro sconvolgente potenza. …
DALLA FRUSTRAZIONE AL FANATISMO: COME LE MASSE COSTRUISCONO I LORO TIRANNI
Ma poi ci sono i popoli, quelle entità astratte che nei libri di storia non troviamo mai tratteggiati nella loro capacità o incapacità di incidere sul reale, ma li troviamo considerati come un insieme, un oggetto amorfo, che non si sa come e perché plasma i confini e le trasformazioni del mondo. Ogni popolo è fatto di tanti volti e intrecci e drammi e soluzioni e piccole e diverse storie. Ma è vero anche che accade spesso che queste differenze si smorzano e si occultano, acquistando peso e potere di decisione soltanto quando i singoli si aggregano diventando “massa”.
La massa è informe. Acquista spessore solo nel numero. La massa è anonima. Prende nome solo dal capo nel quale si rispecchia. La massa è priva di identità. Proprio per questo è affamata dell’identità che solo il tiranno le può offrire. La massa si scopre senza desideri. L’autocrate gliene offre di altisonanti. La massa è incapace di essere incisiva. Il despota gliene offre l’opportunità. D’altronde, senza la massa il tiranno è forza vuota. La massa gliela riempie. Perciò si forma un corto circuito micidiale tra il potente di turno e le masse di cui si circonda. L’uno circuisce, incanta, solletica le altre. E viceversa. Si rispecchiano l’uno nelle altre in una sorta di deformazione binaria. Il tiranno seduce nascondendo sotto una maschera falsità, promesse vane, illusioni da saltimbanco. La massa si lascia sedurre, avida di avere ciò che non ha, o di mantenere stretto ciò che ha già, chiudendo gli occhi al dolore dell’altro, godendo degli inganni, di un prestigio che è solo pantomima, rinunciando a un proprio pensiero libero e consapevole, mettendo a tacere ogni ragionevole sospetto.
Nella massa gli individui si contagiano l’un l’altro, si infettano di esaltazione, si accorgono che senza la loro compatta unanimità il tiranno non avrebbe nessun potere, per cui stringono con lui un inconsapevole ricatto. Io ti do il mio consenso incondizionato. Tu mi dai quella identità che senza di te non potrei mai acquisire. Uomini senza qualità, si potrebbe dire, gli uni e gli altri, con sogni di sgangherata onnipotenza, che prima o poi finiranno miseramente, come sono sempre finiti i sogni dei tiranni. Dal 20 gennaio 2025 abbiamo sotto gli occhi il fenomeno Trump, 47° presidente degli Stati Uniti d’America. Con il suo linguaggio rozzo, i suoi slogan altisonanti, i suoi gesti volgari, i suoi programmi approssimativi e menzogneri, la sua arrogante ricchezza ha abbindolato la metà del popolo americano, convincendola con slogan facili e seduttivi. Make America great again: in questa visione si sono rispecchiati non solo i grandi magnati dell’industria e della finanza, non solo una parte della ricca e media borghesia che per difendere i propri privilegi non muoverebbe un dito per aiutare un migrante, un povero, uno sfruttato, un malato, un essere di un altro colore. Ma anche parte delle categorie sociali più ricattabili, più facilmente inclini a sognare un sogno altrui, purché appaia luccicante come una chimera. Sono quelli che patiscono le frustrazioni più profonde, quelli che credono di più nell’ostentazione e nella simulazione, visto che quel po’ di democrazia che era stata loro concessa non è servita a proteggerli dall’indigenza e dall’umiliazione.
La frustrazione, dunque, è la grande molla che muove le masse. La frustrazione che illude di avere a portata di mano la rivincita, il riscatto, la riscossa. Il frustrato non si preoccupa di scovare la realtà sotto le apparenze. Non si assume la responsabilità di un ragionamento, di una presa d’atto, di una critica. Vuole accorciare le distanze tra il suo stato e il baluginio di emancipazione che gli viene fatto brillare davanti agli occhi. Poche parole d’ordine sono sufficienti a far spezzare, nell’immaginazione, le catene che tengono insopportabilmente avvinghiati alla realtà. L’identità è lì, a portata di mano. Basta obbedire. Ed è fatta.
Molti studi sono stai fatti nel tempo sul rapporto delle masse con il potere. Basta leggere Gustave Le Bon (Psicologia delle folle), o Elias Canetti (Massa e potere), o Remo Bodei (Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze): vi riconosceremo molti tratti della nostra storia.
E d’altronde ciascuno di noi, pur avendole viste mille volte, rabbrividisce ogni volta che vede e ascolta le arringhe del Führer rivolte al popolo tedesco: il volto folle del dittatore, deformato dalle sue parole ancora più folli, e la moltitudine in estasi, che non si accorge di applaudire a un incubo, da cui si risveglierà amaramente solo quando sarà troppo tardi: quando la guerra sarà perduta, assieme all’onore, alla dignità, alla grande cultura tedesca. E credo che noi italiani oggi rabbrividiamo ogni volta che ci troviamo di fronte alle immagini del Duce: che hanno anch’esse tratti di follia, ma insieme anche ridicoli, caricaturali, di modo che aumenta il nostro sbigottimento e imbarazzo di fronte a quelle masse osannanti, bramose di guerra, vogliose di sangue, di prestigio, di rivincita. Il piccolo popolo italiano, sempre un po’ deriso dalle grandi potenze, adesso sì ha un grande alleato, un sontuoso progetto, avrà come gli altri le sue colonie sul selvaggio suolo africano, e un giorno potrà dominare l’Europa. E a ben pochi veniva da ridere. E a pochissimi veniva da piangere. Quando il popolo si fa massa, l’intelligenza dei singoli si obnubila, il pensiero critico si cancella, omologarsi alla stupidità e alla violenza diventa l’imperativo principale.
Sono tante le forme che può assumere l’inganno. Pensiamo al grande mito del comunismo. Ideologia necessaria nel tempo in cui si è diffusa in Europa in quanto esigenza delle società che andavano verso una modernità compiuta: le classi lavoratrici avrebbero avuto più salario, più riposo, più dignità, più sicurezza. Solo così avrebbero potuto essere più efficienti. Ma quando il grande mito si è trapiantato nella Russia zarista ha potuto farsi “socialismo reale” solo attraverso un grande inganno: la burocrazia, le epurazioni, le delazioni, lo sfruttamento, la miseria, il silenzio. Dopo decenni di disastri, alla morte di Stalin, il popolo, nella sua massa, non voleva credere che il “piccolo padre” fosse l’autore di tante crudeltà. L’essersi sbagliati non era contemplato. L’autoconvinzione doveva essere più forte di ogni consapevolezza. L’errore più autorevole di ogni evidenza.
E oggi? Oggi abbiamo visto con sgomento, sui mezzi di comunicazione, l’impressionante dispiegamento della potenza cinese per ricordare gli ottant’anni dalla vittoria nella seconda guerra mondiale. Una manifestazione volutamente esibita al mondo in cui hanno marciato compatti diecimila soldati, hanno sfilato centinaia di modernissimi veicoli e aerei da guerra, esplicita nel dimostrare simbolicamente che l’immensa massa del popolo cinese è geometricamente coesa nell’adesione e nell’obbedienza a chi la rappresenta. Una massa non scomposta e sguaiata come quella che ha sostenuto Trump, ma diligentemente e pericolosamente convinta degli obiettivi da perseguire.
Le conseguenze di tutto questo le vedremo nel dispiegarsi della storia. Senza mai dimenticare che la compattezza delle masse è sempre e solo di un momento storico. I popoli hanno risorse di intelligenza e di autonomia che prima o poi si ridestano e sanno cogliere la realtà, l’orrore e la speranza.
Gabriella Caramore
Per accedere all’articolo nel sito RSI, cliccare qui:
https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Dalla-frustrazione-al-fanatismo-come-le-masse-costruiscono-i-loro-tiranni–3099995.html

3) Guarda il cielo e conta le stelle, i nuovi esploratori dell’universo
Dall’innocenza di chi cercava nelle stelle un’origine alle nuove esplorazioni spaziali, con gli uomini più ricchi del mondo che hanno in mente di colonizzare lo spazio per ricavarne mostruosi profitti. Viaggio fra le diverse vie di rapportarsi al cielo
“Guarda in cielo, e conta le stelle, se puoi contarle. Tale sarà la tua discendenza” (Genesi 15,5). Così dice il Signore ad Abramo in celebri versetti che, segnando l’inizio della storia di un popolo, segnano anche la stretta connessione tra l’imperscrutabilità dei disegni divini, l’imprevedibilità dei cammini degli uomini, ma anche il nesso segreto tra i mondi stellari e quelli terrestri. …
GUARDA IL CIELO E CONTA LE STELLE
Sempre, da quando siamo Sapiens, o da quando abbiamo cominciato ad assumere un andare eretto e abbiamo provato a spingere il capo all’indietro, il nostro sguardo è stato attratto verso le profondità notturne del cielo. Per contemplare il blu della volta sopra di noi, affascinati dalle piccole luci ammiccanti, dal grande disco bianco che vien dietro alla terra, desiderosi di indagarne il mistero. Di capire come mai le cose celesti sembrano regolate da un ordine regale che le porta a ripetere sempre gli stessi percorsi, con silenziosa calma, mentre quaggiù le cose che possiamo toccare – l’acqua e il fuoco, l’aria e la terra, così come il cuore degli uomini – sembrano entrare volentieri in conflitto tra di loro, e non c’è pazienza che riesca a quietarle.
Di fatto, il nostro modo di guardare non è sempre stato lo stesso. Non solo si è manifestato diversamente a seconda delle epoche, delle civiltà, degli individui, ma soprattutto oggi sembra che il nostro interrogare sia in affanno. Forse del cielo si sono svelate troppe cose che dovevano restare celate per continuare a suscitare meraviglia. Forse lo abbiamo invaso di troppi corpi estranei, forse ci siamo messi in testa di farne nuove colonie per i potenti della terra. Forse siamo turbati dal fatto di avergli fatto violenza, e inconsapevolmente temiamo una sua vendetta, simile a quella della terra che ci si sta rivoltando contro, per vendicarsi degli abusi che abbiamo perpetrato su di essa.
Fatto sta che oggi sembriamo, almeno noi del cosiddetto occidente – esclusi i bambini e pochi altri – aver perso ogni innocenza nel guardare le stelle.
Solo un secolo fa, nel 1925, nell’ultima pagina del suo libro La guardia bianca, Michail Bulgakov scriveva: “Tutto passerà. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, la fame e la pestilenza. La spada sparirà, ma le stelle resteranno anche quando le ombre dei nostri corpi e delle nostre opere non saranno più sulla terra. Non c’è uomo che non lo sappia. Perché dunque non vogliamo rivolgere il nostro sguardo alle stelle? Perché?» Ora noi sappiamo che le cose non stanno così. Anche le stelle muoiono. E quelle che noi vediamo luccicare in cielo forse sono morte migliaia di anni luce fa.
Ma oggi sappiamo anche altro: che ha avuto inizio una nuova era di esplorazioni spaziali, che gli uomini più ricchi del mondo hanno in mente di colonizzare lo spazio extraterrestre per ricavarne mostruosi profitti che serviranno a rendere il mondo povero sempre più povero, e che a questo scopo hanno inviato nei cieli blu centinaia di satelliti che ci girano intorno: alcuni già esausti ma che continuano a solcare la notte, altri, circa 5’000 (i dati sono fluttuanti), al momento attivi e smaniosi – si fa per dire – di individuare modi di accrescere le ricchezze dei potenti e di gonfiare il peccato universale di dismisura.
Ci sono però altri esploratori, che percorrono vie diverse. E che, se non riescono a disinnescare la brama di potere e di denaro, tuttavia forse possono salvare quel senso di meraviglia che, secondo quanto sosteneva già Aristotele nella Metafisica, è il motore da cui parte il desiderio di scrutare il cielo e di conoscere i meccanismi del nostro stare al mondo. Di lì nasce il linguaggio della conoscenza, di lì il linguaggio della poesia e dell’arte. Uno di questi esploratori è il cosmologo Roberto Trotta, che insegna Fisica teorica alla scuola internazionale superiore di Trieste e Astrostatistica all’Imperial College di Londra. E che riscrive una storia dell’umanità a partire da quell’istante in cui qua e là, in luoghi diversi del pianeta, alcuni Sapiens hanno guardato ai movimenti degli astri, alle loro forme, alle loro congiunzioni, ai loro ricorsi non solo per ammirarne la stupefacente bellezza, ma anche perché era loro impossibile concepire che tutto quello sfolgorio di stelle pianeti, galassie, non avesse a che fare anche con i movimenti della terra. O meglio, che ogni piccolo frammento terrestre non fosse connesso con tutto ciò che fluttuava in quella strabiliante immensità. Tutto è partito, nella sua vicenda di esploratore, da un segnale luminosissimo nel cielo durante il primo incontro con la donna della sua vita, come racconta nel suo diario di bordo Il cielo stellato sopra di noi (Il Saggiatore): da quel momento è iniziata sì la sua ricerca scientifica, ma insieme il suo girovagare non solo in deserti e vette impervie da dove è possibile godere della magnificenza delle stelle. Ma anche nei luoghi più nebbiosi della terra, dove le brume, le nubi spesse, lo smog che oscurano la luce del giorno rendono possibile percepire che cosa sarebbe stato un mondo senza stelle, quale conseguenze avrebbe avuto sul vivere degli umani, incapaci di raccapezzarsi senza le guide celesti, impossibilitati ad intraprendere non solo ogni viaggio terrestre, ma anche ogni percorso nella conoscenza.
La volta celeste, nella sua inesorabile distanza dalla piccola terra che calpestiamo, ma anche nella fatale vicinanza ad ogni moto del cuore umano ha infatti un ruolo decisivo anche nel rapporto che intercorre tra la ricerca scientifica e il linguaggio poetico. Marco Pivato ripercorre le tappe delle collisioni, delle identità, delle differenze tra questi due universi, che solo un equivoco della modernità ha voluto tenere distinti, come se ci fosse una incompatibilità sostanziale – e non soprattutto formale – tra la ricerca dell’esattezza e della astrazione nel lavoro degli scienziati e la formulazione poetica della realtà (Noverar le stelle. Che cosa hanno in comune scienziati e poeti, Donzelli). Nell’antichità, certo, non era così. La parola non distingueva tra fatica e fatica, tra splendore e splendore: la fatica di esprimere l’essenza più vicina alla verità di ogni cosa e lo splendore di tutto ciò che l’uomo arriva a conoscere, non solo la bellezza, ma anche il dolore. Tutte le grandi civiltà antiche – dai sumeri agli egizi, dal popolo biblico a quello greco, e così via fino a Lucrezio e poi oltre – tutti i grandi poemi, espressi in mirabili versi, affrontavano il tema della conoscenza sia che si trattasse dell’origine degli dei, dell’universo, del cielo e della terra, sia che si trattasse della vita e della morte degli umani, dei loro conflitti, del loro lavoro, delle loro gioie, dei loro dolori. Con l’accrescersi delle conoscenze le due strade si sono diversificate, fino a non parlarsi quasi più. Ma i grandi spiriti hanno sempre saputo che “L’atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono: entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione” Così diceva Italo Calvino (in numero del Menabò, luglio 1962). Ma basti pensare a John Milton, per la poesia, a Giordano Bruno, per la conoscenza, e a tutti quegli uomini e donne che hanno guardato al cielo per comprendere anche la terra, e viceversa.
Un’altra visione di infiniti cieli notturni e di “interminabili spazi” è quella che ci fornisce Giorgio Angrisola, nel suo Viaggio nell’arte delle stelle. Dalle Grotte di Lascaux alla Space Art (Donzelli). Qui lo spazio dell’indagine potrebbe sembrare più delimitato: il mondo dell’arte visiva, dagli inspiegati affreschi di Lascaux alle altre pitture rupestri, alle dimore celesti di tutta l’arte cristiana, fino alle tormentate elaborazioni dell’ultimo Matisse, di Fontana, di Kiefer, passando per le stupefacenti notti stellate di Van Gogh, non dice tutto l’inespresso che è rimasto dentro l’immaginazione degli artisti. Ma non credo che le nuove scoperte o le prossime guerre stellari ci lasceranno in silenzio e ci riporteranno con lo sguardo a terra. Lo spazio tra “arte e spinta all’oltre” è troppo connaturato alla decisione dell’umano di dare forma al suo vedere e al suo interrogare per lasciarsi sconfiggere da qualche assalto al cielo dei predatori di universo. Cambieranno i linguaggi, si sposteranno i confini del mistero, ma la disperazione per il presente non sarà mai così grande da ammutolire del tutto. Anzi, forse il nostro sentirci sempre più piccoli e insignificanti in quelle azzurre immensità ci aiuterà a dare senso e forma al nostro vivere sulla terra senza staccare gli occhi dal cielo. Forse, si sposta soltanto più in là il limite della conoscenza, si allarga lo spazio dello stupore, si ridisegnano i confini del nostro agire e creare. Pavel Florenskij così scriveva ai suoi figli in uno dei momenti più bui della sua vita e della vita del mondo: “Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta, e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete”. Anche noi ci sentiamo offesi e dentro una tempesta. Anche le nostre anime sperano nella quiete.
Gabriella Caramore
Per accedere all’articolo nel sito RSI, cliccare qui:
https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Guarda-il-cielo-e-conta-le-stelle-i-nuovi-esploratori-dell%E2%80%99universo–2773287.html

2) Curare, cosa significa?
Viaggio nella sofferenza e nella cura che porta alla guarigione – Oltre gli investimenti o i tagli alle strutture sanitarie, un problema etico: di consapevolezza, di giustizia, di un bene condiviso
Una bella mattina di inizio dicembre. Il cielo più limpido che Roma possa offrire. Il sole ancora pallido annuncia un prossimo tepore. Esco di casa per sbrigare qualche incombenza. Arrivata al primo piazzale, in fondo alla strada in cui abito, inciampo su un piccolo cespuglio, arranco, cado malamente, e uno strappo lacerante mi squarcia il femore spaccandolo in due pezzi. Anzi tre. …
CURARE, COSA SIGNIFICA?
Viaggio nella sofferenza e nella cura che porta alla guarigione – Oltre gli investimenti o i tagli alle strutture sanitarie, un problema etico: di consapevolezza, di giustizia, di un bene condiviso
Una bella mattina di inizio dicembre. Il cielo più limpido che Roma possa offrire. Il sole ancora pallido annuncia un prossimo tepore. Esco di casa per sbrigare qualche incombenza. Arrivata al primo piazzale, in fondo alla strada in cui abito, inciampo su un piccolo cespuglio, arranco, cado malamente, e uno strappo lacerante mi squarcia il femore spaccandolo in due pezzi. Anzi tre. Il dolore lancinante del corpo annulla ogni pensiero. Tuttavia, aspettando l’arrivo dell’ambulanza, qualcosa mi balugina dentro, formulando punti interrogativi che rimangono inesplorati: chissà se me la caverò? Certo, niente sarà come prima. Sarà questo l’inizio delle ultime fatiche? Più tardi formulerò pensieri più compiuti. Perché non ho fatto più attenzione? C’è sempre un “errore” all’origine di un malaugurato evento? Ma se l’errore fosse invece inscritto non nella distrazione, ma nella debolezza congenita del mio apparato scheletrico? Allora l’errore starebbe prima, nel non essermi presa cura per tempo del mio corpo fragile. Ma anche la fatalità ha il suo peso. In che misura?
Sul momento però c’è poco spazio per simili considerazioni. Dall’istante dell’incidente in poi – per lo più accade a tutti così – si entra in un altro universo che nulla sembra avere a che fare con l’andamento della vita ordinaria: non è solo il dolore che incombe su tutto e che fa convergere in una sola dimensione ogni singolo frammento d’esistenza. La nostra vita, per così dire, non ci appartiene più. Si viene presi in carico, oltre che dal dolore, dalla struttura sanitaria, e da quel momento si entra in un mondo a parte, separato dalla multiforme vita di fuori, lontano dalle proprie abitudini, dai propri compiti, dalle grandi e piccole decisioni di ogni giorno. Tutto viene determinato da un diverso ordine delle cose. D’ora in poi è l’ospedale il microcosmo in cui non solo viene decisa la cura, eventualmente l’operazione, la riabilitazione, i controlli, e così via. Ma ogni ora, ogni momento della giornata, ogni gesto: e di conseguenza ogni pensiero. Non si è più individui, ma “pazienti”: un termine a cui non si fa più caso, ma che significa non solo “coloro che devono sopportare”, ma “coloro che devono patire”. Anche se la guarigione è il fine di ogni trattamento, di fatto ci si preoccupa poco di curare la sofferenza, che viene data per scontata, come una appendice secondaria dello stato patologico.
In realtà la sofferenza riguarda non soltanto i danni fisiologici, ma l’insieme della persona. Non si ha più un nome, il rapporto con i medici è veloce e sfuggente, gli affetti domestici o amicali vengono relegati all’uso del telefono o alle asfittiche ore di visita, il cibo viene imposto, non scelto, la giornata ha scansioni artificiose, lo scorrere del tempo acquista una dimensione irreale, quasi nulla della vita ordinaria viene conservato. Il “paziente” – c’è chi ha più o meno spirito di adattamento – si sente ostaggio della malattia, è smarrito, confuso, impaurito, impoverito del suo patrimonio di esperienza, in balia di medici, specializzandi, farmacisti, operatori, infermieri, aiuto-infermieri, oltre ad altri malati con patologie diverse o analoghe. Il ricovero stesso in ospedale può determinare stati confusionali, infezioni, insonnie, denutrizione, regressioni. Naturalmente le reazioni possono avere variabili infinite. Così come si possono trovare, all’interno di ogni territorio, situazioni di eccellenza e altre di estremo degrado. In ogni caso, tutto – o quasi – dipende dall’organizzazione della struttura sanitaria in questione, dalla bravura e preparazione dei medici, dalla solerzia o dall’ignavia degli operatori, dalla loro gentilezza o dalla loro indifferenza o villania, in una parola tutto dipende da che cosa si intende per “cura” e per “curare”. Se, come talvolta accade, a guidare la macchina ospedaliera è solo la routine, l’affannoso o distratto svolgimento delle mansioni, allora l’obiettivo della “cura” viene a mancare e ci si accontenta soltanto di un automatismo meccanico mal rodato, in cui tutto è previsto, ma nello stesso tempo nulla è orientato a preservare il benessere e la dignità del malato.
Ovviamente in ogni microcosmo sanitario i vizi e le virtù sono gli stessi del mondo fuori: si può trovare chi si sottrae a un minimo gesto che potrebbe recare un enorme sollievo (spendere una parola in più per placare le ansie, usare una precauzione nei movimenti non prevista da nessun regolamento ma che può evitare una sofferenza inutile al degente), e chi invece non guarda all’orologio che segna lo scadere del suo turno per portare consolazione allo smarrimento di chi è “infermo”. Fare soltanto quello che è richiesto da regolamento, senza aggiungere lo scrupolo della verifica di ogni gesto, il dono di una parte di sé, almeno un po’ di calda materia umana, non è sufficiente per colmare il vuoto nel quale il malato si sente precipitare. Sì, perché anche qui, come in molti altri ambiti dell’esistenza, fare “il proprio dovere” è troppo poco, se non si aggiunge quel “sovrappiù” che solo la pura gratuità può dare, colmando con la passione della conoscenza e insieme con una postura amorevole il vuoto in cui si sperde chi è nella debolezza e nella sventura. E d’altronde chi ci mette del suo nel gesto della cura, sempre ne viene ripagato. Quasi mai in termini di denaro, ma di sensatezza delle proprie scelte di vita.
E su un’altra cosa ritengo importare puntare l’attenzione. Spesso nel giudicare l’efficienza di una struttura si guarda soltanto alla capacità di operare dei singoli. Alla bravura, alla competenza, alla generosità dei gesti. In realtà – anche qui, come in ogni altra cosa – sono due i “soggetti” che dovrebbero assumere maggiore responsabilità: da un lato gli individui singoli, che dovrebbero essere provvisti di sensibilità, oltre che di preparazione; ma dall’altro anche il governo della cosa pubblica dovrebbe elaborare delle linee di tendenza più consapevoli della delicatezza e dell’importanza vitale che la cura della salute assume per una nazione. Non si tratta solo di benessere fisico. Si tratta anche di far crescere una fiducia nelle istituzioni, uno sguardo positivo sulle possibilità offerte dal proprio paese. A che serve sviluppare tecniche e organismi di eccellenza, se poi soltanto una parte della popolazione ne può usufruire, mentre l’altra arranca nell’indigenza e nella fragilità? Sento invece parlare principalmente di investimenti o di tagli alle strutture sanitarie, come se il problema fosse solo economico, e non invece anche etico: di consapevolezza, di giustizia, di un bene condiviso. Non sento parlare di “riforma della sanità”, come invece si faceva in passato. Eppure, lo sappiamo, per quanto riguarda l’Italia, a nulla serviranno nuovi finanziamenti, se non si mette mano a una vera riforma del servizio sanitario nazionale: avendo cura – di nuovo, si tratta di “aver cura” – della formazione del personale, ma anche della distribuzione equa dei servizi sul territorio, ridefinendo radicalmente il rapporto tra sanità pubblica e privata. Il mondo si fa sempre più difficile, più articolato, più sfuggente. Occorre alzare l’asticella dell’impegno, non abbassarla, se non vogliamo trovarci a gestire un cumulo di macerie. Partire dalla cura della salute non sarebbe, mi sembra, una cattiva idea.
Gabriella Caramore
Per accedere all’articolo nel sito RSI, cliccare qui:
https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Curare-cosa-significa–2570035.html

1) DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI DIO?
Sentire parlare di Dio non è più così infrequente come lo era magari anche solo qualche decennio fa, quando il discorso relativo al fenomeno religioso era relegato nelle comunità di fede o negli ambienti vaticani, mentre il mondo laico, specialmente in Italia, riteneva il discorso sul religioso non particolarmente significativo, un po’ di retroguardia. Ora la parola “Dio” – e il bagaglio che si porta dietro – entra con disinvoltura nella pubblicistica laica, nei dibattiti culturali, nei salotti bene: …
DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI DIO?
Sentire parlare di Dio non è più così infrequente come lo era magari anche solo qualche decennio fa, quando il discorso relativo al fenomeno religioso era relegato nelle comunità di fede o negli ambienti vaticani, mentre il mondo laico, specialmente in Italia, riteneva il discorso sul religioso non particolarmente significativo, un po’ di retroguardia. Ora la parola “Dio” – e il bagaglio che si porta dietro – entra con disinvoltura nella pubblicistica laica, nei dibattiti culturali, nei salotti bene: naturalmente con molte semplificazioni e molti travisamenti, che ovviamente nessuno corregge, ma che si moltiplicano all’infinito, fino a non capire neppure più di che cosa si sta parlando: di testi fondativi? Di una vaga idea di spiritualità? Di consuetudini legate alla devozione popolare? Di letture e interpretazioni di seconda, terza, quarta mano? Questi contesti non sembrano sfiorati dal sospetto che, forse, per parlare delle cose di Dio, o anche soltanto delle questioni storiche e culturali che intorno a questa parola si sono aggregate, occorrerebbe molta cautela, molto studio, molti pensieri dubbiosi, molta circospezione. Per fortuna però, parallelamente, si sono moltiplicati anche gli studi esegetici e storici intorno al fatto religioso. Si ha una conoscenza più esatta della formazione dei testi, della loro composizione, dei rimaneggiamenti, dei contesti che li hanno prodotti. Non è più scandaloso parlare di una “invenzione” di Dio, della sua nascita in contesti molto arcaici, che comprendono tutto il Medio Oriente antico, e che pian piano, faticosamente, in mezzo a una pluralità di dei e di figure divine, benevole o malevole, hanno elaborato quella immagine del Dio unico che costituisce il cuore della Bibbia ebraica e lo sfondo imprescindibile di quella anche cristiana.
Ma oggi l’impressione è che non basti più una accurata esegesi dei testi “sacri” per vincere il chiacchiericcio pseudoculturale, e neppure per rianimare quel senso dell’esperienza religiosa che sembra in gran parte perduto dentro il rumore confuso della società post secolare (parlo del mondo cosiddetto “occidentale”). Può anche essere che l’esperienza di fede – per come siamo stati abituati a pensarla nel contesto occidentale – sia giunta a un inevitabile declino. Tuttavia penso anche che non si debba avere timore di una ridefinizione radicale del fenomeno religioso. La nostra è un’epoca di profonda trasformazione. Il presente mostra aspetti drammatici. Il futuro si annuncia denso di misteri e minacce. Ma siamo anche in presenza di un pensiero esigente, critico, avventuroso. Siamo di fronte a scoperte scientifiche affascinanti, a una rivoluzione tecnologica certamente preoccupante, ma anche capace di apportare cure benefiche alle ferite dell’umanità. Proprio per questo non dobbiamo temere, credo, di liberarci dalle gabbie delle dottrine, dai silenzi omertosi della coscienza, dalla zavorra di dettami morali che stridono proprio contro una dimensione etica che l’umanità ha faticosamente raggiunto. Ripensare radicalmente l’eredità religiosa che abbiamo ricevuto dal passato ci aiuterebbe a ripulire la mente da tante sterili incrostazioni, da tanti gravosi silenzi, da tanti ostacoli che fanno ombra a un procedere verso la conoscenza.
E dunque. Di che cosa parliamo quando parliamo di Dio? A me sembra che, in fin dei conti, le religioni siano elaborate costruzioni simboliche nate, sostanzialmente, per indagare la piccolezza dell’umano di fronte all’insondabile mistero dell’universo, da un lato. E dall’altro, per cercare di costruire un ordine sociale che permetta comunità invece di inimicizia, sollecitudine e cura invece di avversione e indifferenza.
Gli antichi hanno prodotto l’immagine di un Dio paterno e materno insieme, creatore e distruttore, misericordioso e tremendo, tenero verso le creature deboli e tremendo verso i trasgressori. Perché non vedere in questa contraddittoria “costruzione” il travaglio del pensiero umano per cercare di penetrare il mistero da cui sono avvolte le creature, la profondità dei cieli e degli universi, l’imprevedibilità e l’inconoscibilità della materia che ci circonda? Perché non accettare l’inarrestabile ricerca della scienza, senza cercare vanamente di trovare improbabili coincidenze tra scienza e fede? Non sarebbe un modo per dare conto della piccolezza umana e della grandezza del suo desiderio di conoscere ciò che è impensabile, inesprimibile, ineffabile?
Ma le vicende del religioso non riguardano solo l’interrogazione sul “Dio sconosciuto”, sulla meraviglia e lo sgomento che ci afferrano di fronte all’immensità di un cielo stellato. Riguardano anche i destini degli umani su questa terra, la loro necessità di convivenza, di sicurezza, e la loro incapacità di muoversi senza violare la pace, senza offendere il fratello, senza infierire su chi è più debole, o senza cercare di annientare chi ci fa paura. Tutta l’epopea delle religioni è piena di storie che ci raccontano, con pena e speranza, questa difficoltà del vivere, il laborioso cammino degli umani nella ricerca della giustizia, nella salvaguardia di un’idea di bene, nel sogno di una libertà mai raggiunta. Non avrebbe senso dispendere al vento quello sterminato patrimonio di sapienza, di cultura, di lacrime e sangue, di passione e di amore, di dolore e lutto, di sogno e speranza che è stato raccolto dentro il grande fiume delle religioni.
Sapendo anche, però, che le narrazioni su Dio e sulle fedi che abbiamo ereditato non sono che preziose “tracce di cammino” da studiare, da consultare, da interrogare per disegnare una mappa nel nostro andare. In quanto tali non sono “verità”. Piuttosto, minuscole scintille di realtà che, di tanto in tanto illuminano i nostri passi.
Da uno studioso del secolo scorso la Bibbia è stata chiamata il “grande codice” dell’Occidente. Oggi mi fa fatica pensare a un unico codice che possa contenere tutta la realtà stratiforme e indecifrabile della contemporaneità. Anche i codici da decifrare si sono moltiplicati. Piuttosto la potremmo chiamare un grande patrimonio, un grande “tesoro” dell’umanità, che non teme di competere con altri tesori. Ma che dà un contributo preziosissimo e ineliminabile nel comprendere, contenere, orientare i sussulti inquieti delle nostre vite.
Un grande tesoro va goduto e custodito. Non nascosto e trascurato. Ma neppure idolatrato senza discernimento. Se ne fa “studio” e “memoria” e “insegnamento”. Quello che va cercato non è a tutti i costi il senso di una “finalità” nella storia del mondo, ma di come continuare a cercare quel minimo denominatore comune che ci permetta di realizzare più comunità e meno ferocia, più amicizia e meno inimicizia, più costruzione e meno distruttività.
Gabriella Caramore
Per accedere all’articolo nel sito RSI, cliccare qui:
https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Di-che-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-Dio–2411430.html
