CROCE E RESURREZIONE

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CROCE E RESURREZIONE 2018-05-29T14:16:57+00:00

CROCE E RESURREZIONE

Gabriella Caramore – Maurizio Ciampa

IL MULINO  – Collana Icone diretta da Massimo Cacciari – 2018

Introduzione

Sessantacinque anni separano la Salita al Calvario di Pieter Bruegel il Vecchio dalla Cena in Emmaus di Rembrandt. Del 1564 il primo, del 1629 il secondo. Diversa la geometria della rappresentazione, diversi il dinamismo cromatico e la strategia della luce. Perché abbiamo voluto accostare opere così distanti? In modi certamente assai diversi, Bruegel e Rembrandt portano dentro la spirale della modernità il racconto della Croce e della Resurrezione di Gesù, e ne custodiscono il paradosso e lo scandalo, ne conservano memoria, facendone risaltare la fibra essenziale. Una forte carica interrogativa, che tocca e scuote i fondamenti dell’esperienza cristiana, avvicina le due opere. Giungerà al suo Golgota il Cristo smarrito della Salita al Calvario? Quale strada può percorrere per vincere l’indifferenza da cui è circondato? Questa è la domanda che troviamo in Bruegel. Ed è radicale, perché si porta appresso il fardello pesante di un dubbio sull’efficacia del simbolo cristiano. Per sostenere il peso di questa carica interrogativa è stato necessario percorrere l’intrico di strade che porta al Golgota, nella modernità e oltre. Alcune strade, non tutte, ovviamente. Lo abbiamo fatto seguendo le tracce, ormai poco visibili, di un «Dio che muore», lungo tutto il suo drammatico tragitto, dalla «salita» al «sepolcro», raccogliendo, lungo la strada, le parole, le grida, i gesti che lo accompagnano. Non ci siamo fermati a Bruegel. Abbiamo cercato i segni di altre croci: in Bosch, in Grünewald e Holbein, in Goya, in Velàzquez, in Ensor, in Rouault, fin dentro il Novecento, dove il legno storto della croce fronteggia il nulla e talvolta ne è risucchiato. Alcune di queste croci, quella di Matthias Grünewald ad esempio, che sovrasta l’altare di Isenheim, a Colmar, o il Cristo deposto nel sepolcro di Hans Holbein sono spine nel fianco del pensiero filosofico e teologico d’Occidente. Ancora attraggono pensiero, accompagnando la storia d’Occidente. Fanno da specchio al dolore dell’uomo, e ne cercano il senso.

Se poi guardiamo alla Cena in Emmaus di Rembrandt, a quel buio sfibrato che avvolge anche il Cristo, e a quella luce che emerge dall’ombra come un enigma, l’evento della resurrezione, narrato parcamente nei Vangeli, ma rivestito di significati immaginifici e consolatori nella storia della cristianità, sembra spalancare una interrogazione nuova: che cosa può ancora credere il “credente”? Che significato può avere il racconto della resurrezione in tempi, come i nostri, di radicale scetticismo e di dubbiosa ricerca? Quale narrazione di quell’evento può aiutarci a darne una lettura che non strida con l’esigenza contemporanea di uscire dal linguaggio del mito? In pochi tratti, quasi in bilico fra l’ombra e la luce, Rembrandt ci fa guardare alla resurrezione come a un possibile: non a una mitica cancellazione della morte, ma a qualcosa che resta, una piccola brace di vita che arde anche nella notte. Quel Cristo che sprofonda dal buio nella luce, lasciando sul tavolo il pane e la parola condivisi, quel Cristo, può essere ancora fonte di vita e di senso. La sua sparizione, l’assenza di ogni Dio sulla Terra, sono forse i segni con cui ci dobbiamo confrontare per decifrare i racconti evangelici. Forse è in questo vuoto di ogni Dio, nelle tenebre rischiarate appena da qualche bagliore, che possiamo metterci in cerca del senso ultimo della «buona notizia»: il pane e la parola da condividere, la giustizia da perseguire, la benevolenza in cui avvolgere il mondo. Pur nella loro radicale diversità, la Salita al Calvario e la Cena in Emmaus ritraggono qualcosa che si ritira: la croce in Bruegel, la figura del Risorto in Rembrandt. Ma nel loro venir meno non perdono la loro forza, ne acquistano una nuova.

Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa

Eugenio Giannetta, Avvenire, 9 – 3 – 2018
Croce e Resurrezione – Il mistero della Croce per Bianchi e Cacciari

Tempo di libri, tempo di immagini. Un dibattito, quattro persone. Una riflessione da cui partire, molteplici cui giungere.
Il fondatore della Comunità monastica di Bose Enzo Bianchi ed il filosofo Massimo Cacciari da una parte, due scrittori dall’altra: Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa, autori di Croce e resurrezione, pubblicato nella collana “Icone, pensare per immagini”, curata per il Mulino proprio da Cacciari.

Leggi la recensione completa: Eugenio Giannetta,  “Croce e resurrezione”

Roberto Righetto, Avvenire, 4 – 5 – 2018
Sulla CROCE – Così l’arte ci interroga
Dalla “Crocifissione di “Grünewald” alla “Cena di Emmaus” di Rembrandt, Caramore e Ciampa si chiedono in maniera radicale che cosa significa oggi il racconto della resurrezione.

 Se c’è un’opera d’arte che raffigura al meglio la resurrezione è l’affresco della discesa agli inferi conservato in una chiesetta alla periferia di Istambul, ora trasformata in museo, San Salvatore in Chora. Si vede Cristo danzare sulle porte dell’inferno, avvolto da una mandorla, e afferrare con le mani Adamo ed Eva, e, dietro di loro, i santi e i profeti che rappresentano tutti gli uomini delle generazioni precedenti. …

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Pubblicato su Arte.com, 18 – 4 – 2018
La sofferenza di Dio

La collana del Mulino «Icone» propone una serie di riflessioni su temi di rappresentazione del sacro nell’arte, nelle sue declinazioni religiose o laiche. Gabriella Caramore e Murizio Ciampa riflettono sui nodi principali dell’iconografia della crocifissione e della resurrezione di Cristo. L’analisi, giustamente, prende in considerazione un limitato numero di opere.  …

Leggi la recensione completa pubblicata su  Arte.com, La sofferenza di Dio

Su doppiozero del 28/05/2018
Michela Dall’Aglio: Resurrezione: mito o mistero?

Nel dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio Salita al Calvario del 1564, si scorge a fatica, al centro di una scena super affollata, Gesù salire al Calvario nell’indifferenza generale. Si fatica a vedere la sua piccola figura e la grande croce che trascina con sé. Tutt’intorno a lui brulica una folla indifferente, affaccendata nelle proprie attività.  Il clima è festoso, non sembra profilarsi alcuna tragedia all’orizzonte. In primo piano, tre donne piangono, consolate da un giovane che sappiamo essere Giovanni, l’apostolo. Ma le quattro figure sembrano fuori posto, quasi fossero dovute perché non si dà la Passione senza le donne piangenti e Giovanni.  …

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RAI Cultura – Letteratura

Radio Radicale – dal Salone del libro di Torino 2018