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Un grazie sommesso

“Non c’è mai abbastanza tempo per dire grazie” dice un personaggio di Shakespeare. Io però un grazie sommesso, che in questi giorni occupa per intero il mio spazio interiore, vorrei provare a dirlo, alla fine di questi venticinque anni di Uomini e Profeti, a tutti coloro che mi hanno accompagnata in questa avventura di conoscenza, di studio, ma anche e soprattutto di ascolti, di sguardi, di incontri, di orizzonti, di amicizie stellari.
Uomini e donne che mi hanno mostrato gli angoli segreti delle loro vite, che mi hanno fatto conoscere tratti delle loro stesse storie, e di quelle delle loro comunità, dei loro paesi, delle loro provenienze. Tradizioni, costumi, esperienze, dubbi, certezze. Parole di cui si sono nutriti, silenzi a cui hanno affidato domande senza risposta, brezze di gioia, catini di lacrime, grovigli di pensieri, l’ebbrezza del comprendere, la disperazione dell’ignorare, il dolore di perdere, la felicità di ritrovare. Mi sono state compagne in questo viaggio persone incontrate e persone che non ci sono più, in una “compresenza dei vivi e dei morti” che ha stemperato lo strazio per molte lontananze, e ha conferito realtà a esistenze che appartengono alla storia.
Che questa trama di incontri si sia intessuta attraverso le voci, e quasi nient’altro, ha aggiunto una nota in più di essenzialità e quasi di incanto alla forza di questa paziente costruzione, negli anni, della ricerca di una ragione per vivere. Penso, naturalmente, alle centinaia di uomini e donne ospitati negli studi della RAI, ai libri che abbiamo consultato e studiato, agli autori – del passato o del presente – che hanno tracciato per noi sentieri di senso. Penso a chi ci ha ascoltato, a chi ci ha scritto, a chi è venuto a trovarci. A chi ha lavorato con me sulla materia delle voci e dei suoni, alle emozioni condivise, a quelle che ciascuno si è tenuto per sé … Certamente, tutto questo cercare ha avuto come stella polare, prossima e assente al tempo stesso, il nome di Dio o il nome oscuro di ciò che non si può neppure nominare. Ma non lo abbiamo mai pensato – o almeno, credo, io non l’ho mai pensato, quel nome –  come qualcosa di afferrabile, a portata di mano, facilmente definibile e maneggiabile, né tanto meno come un minaccioso giudizio sul nostro agire. Piuttosto, come un orizzonte – luminoso e accecante al tempo stesso – dentro cui interrogare il subbuglio dei cuori umani e le infinite geometrie delle stelle.

Gabriella Caramore

30 Giugno 2018                                 1 Luglio 2018

“Uomini e Profeti: 25 anni                “Uomini e Profeti: 25 anni
Prima parte”                                     Seconda parte”

Con Gabriella Caramore e  Marino Sinibaldi       

Ascolta o scarica il podcast della puntata  “25 anni – Prima Parte”
Ascolta o scarica il podcast della puntata  “25 anni – Seconda Parte”

Vedi i commenti alle due puntate in fondo alla pagina “Uomini e Profeti puntate Gennaio – Giugno 2018”

Carlo Ciavoni – Altre Onde – Venerdì di Repubblica, 6 Luglio 2018
Dopo 25 anni è triste cambiar voce
L’attitudine alla laicità è un tratto del comportamento individuale e la testimonianza più evidente di indipendenza del pensiero. Ecco, Gabriella Caramore è forse l’incarnazione di questo istinto: nei 25 anni di conduzione e coordinamento di Uomini e Profeti– il programma di cultura religiosa di Radio3, in onda dal 1993 il sabato e la domenica mattina – lo ha saputo imprimere alla sua creatura. Lo ha fatto cercando di parlare i linguaggi dell’ultraterreno, di raccontare i diversi modi di stare al mondo e le diverse declinazioni della spiritualità che da sempre attraversano l’animo umano.
Sabato e domenica scorsi, Gabriella Caramore – che già da un paio d’anni aveva lasciato la conduzione, preferendo restare dietro le quinte – è tornata al microfono per l’ultima volta (ma speriamo non sia vero) dopo la sua decisione di abbandonare il programma. Ad accompagnarla in questo saluto c’è stato Marino Sinibaldi, direttore di Radio3. Le due puntate, andate in onda il 30 giugno ed il primo luglio (che consigliamo di ascoltare) sono custodite dal sito dell’emittente. Di Uomini e Profeti non c’è granché da scrivere: va ascoltato, tanto densi, ricchi, complessi ed abbondanti sono i temi che affronta. Gabriella Caramore col suo coraggio laico affronta la figura di Dio (e di ogni altra divinità) con la curiosità, il garbo, il rispetto e l’umiltà di un’intellettuale di razza. Chissà se si è capito, ci mancherà parecchio.

Vedi anche l’articolo in uscita nel numero di Jesus di luglio, nella rubrica ʼădāmȃ:
“Permettetemi di condividere con voi alcune emozioni personali che mi attraversano in questi giorni.
Dopo venticinque anni mi appresto a lasciare Uomini e Profeti …”
vedi l’intero articolo ….

Croce e Resurrezione

di Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa

Edizioni Il Mulino, 2018 – Collana “Icone” diretta da Massimo Cacciari.

pp. 180 I € 12,00 I ISBN 978-88-15-27493-9

Il perdono della luna

Endre Ady
Il perdono della luna
Poesie 1906-1919
a cura di   Gabriella Caramore
traduzione di   Vera Gheno e Gabriella Caramore
con testo a fronte
Letteratura universale Marsilio – 2018

Nella collana “Icone”, curata da Massimo Cacciari, l’idea è quella di partire da un’immagine per capire come essa sia stata non tanto la “rappresentazione” di un’idea o di una figura del pensiero occidentale, ma abbia invece generato essa stessa pensiero, forma, simbolo nella cultura d’Occidente. “Quel pensiero – scrive Cacciari – non sarebbe venuto alla sua luce, o alla sua ombra, senza essere provocato da quell’immagine che diviene essa stessa sintesi sensibile di una dimensione dell’umano”.

In Croce e Resurrezione Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa si sono posti di fronte a due quadri, la Salita al Calvario, di Pieter Bruegel (1564) e la Cena in Emmaus di Rembrandt (1629), cercando di capire come abbiano potuto influenzare la visione nella modernità di due eventi fondanti non solo della religione, ma della cultura d’Occidente: la “croce” e la “resurrezione”. Nella Salita al Calvario di Pieter Bruegel Maurizio Ciampa mette in rilievo il brulicare di gesti, di figure, di grida che accompagnano il percorso verso il Golgota dell’uomo che sarà crocifisso, e che quasi scompare dentro il grande quadro. Qui sembra vincere, allora come oggi, l’indifferenza del mondo che accantona i perdenti, gli umili, gli innocenti. Nella Cena in Emmaus Rembrandt coglie il momento in cui il Cristo “sparisce” dalla vista dei discepoli e sprofonda, dall’ombra, in una lama di luce indistinta. Forse il genio esegetico di Rembrandt ha colto in questa “sparizione” tutta l’essenza della resurrezione: non un Cristo che “promette” il suo ritorno, ma un uomo che ha mostrato come si debba condividere il pane e la fatica della strada, avere pietà dei viventi e operare per la giustizia e per la verità. Come nella nostra contemporaneità, non c’è trascendenza, ma solo il tentativo di vivere la dimensione dell’umano. E proprio dal racconto di questi due “abbandoni” le figure della croce e della resurrezione possono ritrovare nuovo vigore, come simboli di una tensione che attraversa anche la realtà del nostro tempo.

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Endre Ady (nato a Érmindszent nel 1877, morto a Budapest nel 1919) è uno dei grandi poeti europei del Novecento.  È vissuto nell’Ungheria a cavallo di due secoli, alla vigilia del crollo dell’impero austro-ungarico, mentre il paese era combattuto tra arretratezza e modernità, tra le grandi rivendicazioni sociali del secolo, stroncate dalla tragedia della grande guerra, e la nascita dei grandi movimenti artistici e culturali dell’inizio del secolo scorso. Di tutti gli umori del tempo ha fatto materia dei suoi versi. Poeta “maledetto”, consumato dall’alcool e dal fumo, spesso in povertà, ma con l’ambizione di frequentare il grande mondo internazionale della cultura, fu portato a morte precoce dalla sifilide contratta in un incontro occasionale. Inviso ai benpensanti, adorato dal popolo e dagli artisti, nella Budapest in cui si addensavano le ombre di un fascismo spietato seppe tenere aperto uno spiraglio di libertà, assieme ai Béla Bartók, György Lukács, Lajos Kassák. Di famiglia calvinista, ebbe sempre una passione profonda per i testi della tradizione biblica, senza mai farne oggetto di una devozione formale. Anche il suo porsi come un “ateo che crede” lo fa sentire vicino alla sensibilità dell’Occidente contemporaneo.

…Siamo solo in tre sulla grande pianura:
Dio, io e una maledizione contadina.
So bene che tutti moriremo.
Ma io lancio un forte grido spietato…

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… Sono uomo di luce ammantato di nebbia,
sono desiderio di attesa,
sono il miracolo degli abitanti della palude.
Nato per portare la luce, sono rimasto quaggiù.
Attendo un mattino che sciolga la nebbia, attendo che giunga l’aurora…

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A cura di Roberto Berardi                     1 Dicembre 2016                   Unico sito autorizzato da Gabriella Caramore